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Statue made in Italy, i prigioni di Michelangelo Buonarroti
26/01/2017

I Prigioni di Michelangelo Buonarroti. Galleria dell’Accademia – Firenze

La fama di queste quattro imponenti statue (riproduzioni in vendita su Gingershoponline) è dovuta soprattutto al suggestivo e potente stato incompiuto. I nomi delle quattro sculture vennero stabiliti solo nell’Ottocento, in base alla posa assunta dalla figura maschile abbozzata da Michelangelo in ciascuno dei blocchi di marmo. Lungo il corridoio del museo si possono ammirare oggi Lo Schiavo giovane, lo Schiavo che si desta, lo Schiavo barbuto e Atlante, databili in un periodo compreso fra il 1519 ed il 1534 circa. Ognuno di essi è un esempio della pratica di Michelangelo detta “non-finito”, stato dal quale si puo’ percepire il difficile e lungo percorso esecutivo della scultura attraverso i segni di scalpello sulla superficie. C’è un senso di tensione, di movimento impresso dall’accentuata torsione: questa lotta esprime in Michelangelo una sorta di analogia simbolica fra la figura che tenta di fuoriuscire dal marmo e lo spirito che cerca di liberarsi dalla carne per anelare a Dio.

Le quattro figure di nudo maschile si presentano in vario stadio esecutivo seguendo l’impostazione classica del contrapposto: poggiano il peso su una gamba, contorcendosi in varie pose del busto e delle spalle. Ogni blocco mostra una solida muscolatura delle braccia e delle gambe abbozzati in modo dinamico e potente, traccia concreta della profonda passione che Michelangelo nutriva per l’anatomia umana. La conoscenza minuziosa dei dettagli era infatti stata affinata grazie alla possibilità di dissezionare cadaveri presso i frati agostiniani di Firenze negli anni ’90 del Quattrocento. Tale conoscenza si rivelerà in tutta la sua perfezione con la realizzazione del David (1504) e nei minuziosi disegni preparatori per molte delle opere successive.

 

Lo Schiavo che si desta (267 cm) è uno dei più famosi della serie, per la possente figura virile che emerge contorcendosi dal marmo. Il volto si percepisce appena, sbozzato nei lineamenti e nella barba, mentre il torso è più finito, con l’abbozzo delle braccia e delle gambe. Quella destra in particolare, piegata ad angolo, esce dal blocco con straordinaria decisione e potenza. C’è una sorta di analogia tra la posizione di questa gamba e quella del braccio dello stesso lato, che ritma il movimento. La composizione che ne scaturisce è tesa e dinamica, intonata a un senso di sforzo e tensione fisica. Da notare le varie profondità dei segni lasciati da scalpello, subbia e raschietti lungo la superficie del marmo, specialmente sul retro del blocco.

 

Lo Schiavo giovane (256 cm) ha le ginocchia leggermente piegate, nascondendo il volto con una posa articolata del braccio sinistro che corre sopra la testa. Particolarmente delineati sono i tratti del gomito sinistro, le linee dei bicipiti e dei tricipiti impiegati in questa posa plastica allungata. Il braccio destro viene invece tenuto dietro, come legato a un’invisibile catena. La figura nasconde il viso ma mostra una certa definizione nelle gambe, e nel torso soprattutto a sinistra. La parte posteriore appare invece completamente da scolpire, testimoniando l’usanza di Michelangelo di liberare la figura che considerava nascosta nel marmo iniziando a scolpire dal davanti, liberandola progressivamente procedendo verso il retro del blocco di marmo.

 

Lo Schiavo barbuto (263 cm) è il più finito fra i prigioni fiorentini e deve il suo nome alla folta barba ricciuta. Il torso muscoloso in torsione denota un approfondito studio anatomico specialmente nel torso, tipico delle migliori opere di Michelangelo. Le gambe, leggermente piegate e divaricate, sono tenute da una fascia che corre fino ai piedi. Il braccio destro è sollevato a reggere la testa reclinata, mentre il sinistro, con la mano ancora abbozzata solo sul dorso, sembra che dovesse reggere la fascia.

 

Atlante (277 cm). La statua deve il suo nome alla forma del blocco non scolpito sulla testa che sembra pesare come un masso, evocando lo sforzo del titano Atlante che sorreggeva la sfera celeste. La massa del blocco doveva in realtà contenere la testa stessa e un braccio, che qui non presentano alcuna distinzione. Le gambe sono divaricate e piegate, un braccio sospeso, e tutta la muscolatura è in tensione come nel tentativo di sollevare un gravoso peso che incombe sulle spalle. In questa posizione, più che negli altri Prigioni, è evidente il senso di energia compressa, che sembra esplodere dal marmo. Proprio lo stato non-finito è all’origine della straordinaria energia che emana la figura mentre tenta di liberarsi dalla pietra grezza, imprigionate insieme in un’eterna lotta. Tutta la superficie è resa vibrante dalle tracce dei diversi utensili usati da Michelangelo per sbozzare la pietra.

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